
Calibania
ovvero De amore extremo · di Massimiliano Cividati
Calibania è un folle inno alla vita.
Teatro fisico e nuova drammaturgiaRepertorio
«A misura che avanziamo nel tragico il senso del tragico diminuisce. Il ruolo del fool si fa preminente.»
Calibania è un ricettacolo allucinatorio, un'oasi emozionale diretta discendente di una foresta shakespeariana. Un luogo chiuso dove le pulsioni subiscono un'accelerazione improvvisa e inevitabile, dove vita e morte ritrovano una frequentazione medievale.
Calibania è un sanatorio le cui alte volte ottocentesche hanno ceduto il passo a un soffitto basso e scandaloso. Non ci sono finestre. Le porte non hanno maniglie. I pavimenti sono in terra battuta. Qui non si viene per guarire: Calibania è l'esercizio alla tomba, il capolinea della coscienza.
Calibania è la storia di Salvemini, operaio di una fonderia di piombo: il suo risveglio nel sanatorio, la diagnosi, sette giorni di vita. Cosa accade in quel tratto d'esistenza che conosce con chiarezza i suoi estremi?
Le pareti respirano, lo spazio non cessa mai di pulsare, la pioggia e strani echi sembrano ricordarci che ci troviamo in un grande utero, che c'è qualcosa di più che possiamo solo ipotizzare ma di cui non avremo soluzione.
Calibania è una sarabanda sanatoriale negli spazi uterini di una clinica per malati terminali, un luogo di vettori teatrali contrastanti, un disperato abbraccio tra un gruppo confuso di fragili immondizie. Calibania è un folle inno alla vita.





























